Enrica Calabresi (1891 – 1944)

(Ferrara, 10 novembre 1891Firenze, 20 gennaio 1944)

Nacque il 10 novembre 1891, in una famiglia appartenente alla benestante borghesia ebraica di Ferrara.

Si laurea all’Università di Firenze nel 1914, in Scienze naturali ottenendo subito il posto di assistente alla cattedra di Zoologia e anatomia comparata dei vertebrati. La morte del fidanzato Giovanni Battista De Gasperi (1892-1916), un esploratore e promettente docente di geologia, nel 1916 durante una battaglia della prima guerra mondiale, la spinse a dedicarsi interamente alla scienza. Nel 1924 conseguì la libera docenza in zoologia e, due anni dopo, venne promossa all’incarico di assistente.

Assunse a ventisette anni l’incarico di segretario della Società Entomologica Italiana e contribuì in modo considerevole ad ampliare le collezioni del Museo zoologico “La Specola”.

Sebbene brillante e preparata – sue sono alcune voci scientifiche presenti nell’Enciclopedia Treccani – il regime fascista le impedì di fare carriera e nel 1932 la costrinse alle dimissioni, per far posto al conte Lodovico Di Caporiacco, fascista della prima ora.

Ma non si perse d’animo e pur di continuare nell’insegnamento, si iscrisse al partito fascista e le venne assegnato un posto al liceo Galilei. Tra i suoi alunni anche una giovane Margherita Hack che anni più tardi raccontò come quella professoressa «esile» le avesse trasmesso i valori dell’antifascismo.

Enrica venne chiamata dall’università di Pisa, ma per poco: era il 1938, l’anno delle leggi razziali, e decadde dal ruolo. Così decise di insegnare alla scuola ebraica, mettendoci tutto l’impegno possibile per preparare quei ragazzi al meglio, visto che avrebbero dovuto sostenere l’esame da privatisti.

Con l’8 settembre del 1943 arrivò l’armistizio e la guerra civile, ma mentre la sua famiglia cercava riparo in Svizzera, lei non rinunciò all’insegnamento e non volle abbandonare i suoi studenti.

Venne arrestata a Firenze durante un rastrellamento e portata nel convento di Santa Verdiana, trasformato in carcere.

Restò in cella per alcuni giorni e quando capì che l’avrebbero deportata ad Auschwitz, la sera prima si tolse la vita ingerendo il veleno che portava da tempo sempre con sé: una fiala di fosfuro di zinco, usata per uccidere i topi, in grado di provocare una morte molto dolorosa, lenta e straziante.

La notte tra il 19 e il 20 gennaio muore, lasciando a tutti noi la testimonianza di una vita dedicata agli altri, una lezione di coerenza e il dovere del ricordo.

Dalla sua biografia “Un nome” di Paolo Ciampi (Casa Editrice Giuntina):

Di Enrica Calabresi, per un certo tempo, si dimenticano tutti: “non c’è lapide che la ricordi, né libro di scuola che la rammenti”; di lei sono rimasti soltanto “una manciata di foto e di lettere conservate dalla famiglia; alcuni scritti scientifici con lo stile esatto e asciutto che ci si aspetta in pubblicazioni di questo tipo; un mucchietto di moduli compilati per adempiere a qualche obbligo burocratico; i ricordi sfumati di un anziano nipote per il quale era come una mamma; la gratitudine di qualche allievo di un tempo, scampato al massacro e oggi disperso tra Milano e Gerusalemme; qualche citazione di sfuggita – e spesso incerta – in due o tre volumi sui tristi destini degli ebrei italiani”.

I comuni di Pisa e di Ferrara le hanno intitolato due strade e oggi scolaresche vanno a visitare la casa dei Calabresi a Gallo Bolognese, dove il nipote Francesco tiene viva la sua memoria.

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